Tag: pellicola

  • Un po’ meglio, ma…

    Un po’ meglio, ma…

    Lo scorso ottobre, in chiusura del testo “Gas Station” scrivevo così:

    “Edit: sono soddisfatto del risultato? Ni. Mi aspettavo qualcosa di diverso dalla resa della pellicola (che, fra l’altro, ha un tipo di sviluppo un po’ particolare).

    E quindi? E quindi ho trovato, con una buona dose di … fortuna, un paio di rullini Cinestill 800. Ho intenzione di rifare tutto: foto, notti all’addiaccio, incontri più o meno graditi, controlli, eccetera. Se fortuna e meteo mi aiutano, vi tengo aggiornati. Ad maiora.”

    E’ passato qualche mese, ho avuto modo di usare uno di quei famosi rullini Cinestill 800T di cui scrivevo, il meteo non ha poi collaborato molto (poca nebbia, pochissima pioggia, niente neve), io sono ancora insoddisfatto ed il motivo è presto detto: la scansione dei negativi delle foto scattate sembra la pubblicità del Grana Padano.

    Ora: va bene l’emulsione sensibile con tutto quello che questo comporta, va bene il tempi relativamente lunghi di posa (in realtà non lunghissimi), va bene tutto ma la scansione non manipolata veramente è inguardabile.

    Ed a questo punto la domanda sorge spontanea: come caspita fanno gli ammmericani che mettono le foto delle loro bellissime stazioni di servizio, delle tavole calde solitarie su routes sperdute, eccetera, che dichiarano di usare Cinestill 800 ma le foto sono lisce come il vetro? Io una mezza idea me la sono fatta: le foto sono elaborate alla morte in camera chiara (Lightroom o Photoshop) perché altrimenti non si spiega. Va bene che io sono scarso, ma non così scarso.

    E la prova del nove l’ho avuta mettendo mano alle scansioni con Lightroom: via il rumore di luminanza come se non ci fosse un domani (la crominanza tutto sommato tiene) e qualcosa di guardabile si ottiene. Ripeto: non mi piace assolutamente il risultato e sapere quello che ho combinato in camera chiara mi lascia comunque un senso di insoddisfazione e, di conseguenza, dovrò percorrere strade alternative. Perché ormai è diventata una questione di principio.

    Di nuovo: ad maiora.

  • Gas station

    Gas station

    Le stazioni di servizio come isole di luce nella notte.

    Probabilmente si tratta di un collegamento forzato, sicuramente irriverente, ma l’idea del mini progetto “Gas station” mi è balzata in mente osservando una riproduzione del famoso dipinto del pittore statunitense Edward Hopper “I nottambuli”, con la sua atmosfera di buia quiete notturna, in cui la vetrina della tavola calda appare come una astronave sospesa nell’oscurità ed ospitale per gli avventori, presumibilmente ognuno con la propria storia e le proprie peculiarità.

    Ecco, in qualche modo, considero le stazioni di servizio aperte in orario post serale una sorta di isola di approdo per i viaggiatori della notte, una piattaforma salvifica, rigenerante, per coloro che dopo un lungo o breve viaggio che sia, hanno necessità di rifornire il proprio mezzo di trasporto e se stessi (ammesso che il bar sia aperto). Dalle nostre parti, se si escludono gli autogrill autostradali, è relativamente recente la disponibilità notturna delle stazioni di servizio. E’ decisamente più radicata oltreoceano l’abitudine di offrire un servizio continuo agli utenti della strada. Tanto è vero che, per dirla tutta, la mia idea di fotografare le “gas station” di notte è decisamente poco originale, perché c’è una letteratura fotografica sterminata all’estero, di questo tipo di scatti, soprattutto negli Stati Uniti e, vedo, in alcuni paesi dell’est europeo. Però vale sempre il solito discorso: fino a che una foto non l’ho fatta io, non esiste o, meglio, non esiste fatta da me.

    Per fare pratica e per facilitarmi un poco la conoscenza delle problematiche di scatto, ho fatto le prime foto utilizzando la fotocamera digitale, la Nikon Z7 in abbinamento con il Nikkor Z 14-24 f/2,8, che, avendo il visore che riproduce immediatamente il risultato ottenuto, mi ha dato indicazioni sulle opzioni di scatto disponibili e più efficaci a mio giudizio. Ma l’idea “completa” era di portare avanti questo progettino con la fotocamera analogica, di fare le foto utilizzando la pellicola, anche per ricreare una sorta di atmosfera pittorica vagamente (molto vagamente) somigliante a quella del bellissimo dipinto di Hopper.

    Ho pensato fosse necessaria una pellicola relativamente sensibile, che fosse in grado di registrare l’atmosfera notturna senza tempi di scatto biblici ma, allo stesso tempo, non avesse troppa grana, caratteristica delle foto analogiche che mi piace ma senza estremismi. Ho trovato fra le pellicole da 35 mm disponibili, una pellicola colore Iso 500 marcata Silbersalz35 500T che non so da dove venga e che, sospetto, sia comunque un prodotto a base Kodak. L’ho montata sulla Nikon F6 ed ho utilizzato il “vecchio” zoom Nikkor 14-24 f/2,8 G che, seppur essendo stato scalzato dal suo trono dal corrispondente 14-24 Z per le mirrorless, è ancora in grado di fare la sua (scusate) porca figura e tutt’ora capace di distanziare parecchie lenti prime blasonate; non ho fotografato ponendo l’obiettivo in piano volutamente, per esasperare la distorsione prospettica. Ovviamente uso obbligatorio del treppiede e del cavo di scatto per evitare le vibrazioni letali con i tempi di scatto necessari, aggiungendo, come ulteriore prudenza, l’alzo preventivo dello specchio.

    Le problematiche intrinseche a questo tipo di scatti sono molteplici: innanzi tutto quelle tecniche, che ho cercato di risolvere con la metodologia di scatto appena descritta. Non l’ho scritto ma credo che sia facilmente intuibile dalle foto: la differenza di luminosità fra le strutture (pensilina, travi, locali del distributore) e le luci spesso molto brillanti che illuminano l’area è notevole e si tratta di trovare una sorta di compromesso di esposizione, fermo restando che, nelle mie intenzioni, c’era la volontà di riprodurre l’atmosfera notturna il più buia possibile in contrasto con l’isola di luce della stazione di servizio, la famosa  astronave sospesa nell’oscurità di cui vi dicevo; a tale scopo è essenziale evitare lo scatto quando sulla strada prospiciente il distributore stanno transitando delle auto, i cui fanali sono un elemento di disturbo nell’immagine, senza contare che possono facilmente ingannare il lavoro dell’esposimetro.

    Come ho conciliato la situazione meteo con le foto? In un primo tempo ho aspettato le serate limpide, magari con un filo di brezza che “pulisse” l’aria da umidità e foschia, con l’intento di ottenere la migliore nitidezza possibile. Ma poi ho pensato che una bella atmosfera nebbiosa avrebbe potuto contribuire ad isolare ulteriormente la stazione di servizio dall’ambiente circostante e, magari, creare quella sorta di leggero alone luminoso attorno alle luci della stessa. Intanto che scrivo sto valutando anche di fare qualche scatto in una serata di pioggia o, e qui la vedo difficile, durante e dopo una nevicata. Al momento ho la frenesia di pubblicare l’articolo e le foto e non ho potuto assecondare questo mio desiderio ma prometto che, se ne avrò la possibilità, aggiornerò l’articolo con le foto “nebbia, pioggia e neve”.

    Ci sono poi alcuni elementi ambientali che occorre tenere assolutamente in considerazione: i proprietari della stazione di servizio, i clienti, gli autotrasportatori che stanno pernottando nell’area e che temono per il loro carico, le Forze dell’Ordine; durante la serie di scatti, nel corso delle diverse uscite, mi è capitato più di una volta di dover spiegare al proprietario del distributore cosa stavo facendo, servendomi del cellulare per mostrargli il mio blog o la pagina Instagram personale (entrambi con la mia foto) per assicurarlo che non avevo cattive intenzioni; stesso discorso con Carabinieri e Polizia, che stavano giustamente facendo il loro lavoro ma che ho brigato non poco a convincere; discorso a parte merita l’automobilista con compagna evidentemente non istituzionale a bordo che mi ha chiesto perché stavo filmando (!): lì è stata dura, soprattutto spiegargli che non mi interessava affatto registrare immagini con lui presente e che, anzi, stavo solo aspettando che se ne andasse per fotografare la stazione di servizio completamente vuota, anche perché non desideravo affatto riprodurre nelle mie immagini auto la cui targa fosse identificabile, per ovvie ragioni di privacy. 

    Una raccomandazione mi preme molto fare: se vi venisse la malsana idea di provare a scattare questo tipo di foto, usate estrema prudenza; è notte, c’è poca visibilità, vi trovate in un piazzale dove, frequentemente, le auto entrano senza troppe precauzioni oltretutto non aspettandosi che ci sia un disgraziato in piedi nella semioscurità a fotografare il distributore. Fatevi vedere, indossate i giubbotti  con bande rifrangenti che avete in dotazione nell’auto quando dovete cambiare uno pneumatico, con un occhio guardate nel mirino della fotocamera e con l’altro la strada. E un po’ di attenzione anche agli incontri che potreste fare: purtroppo la strada di notte non è il luogo più sicuro che ci sia; se avete un amico fidato (e magari anche grosso), portatelo con voi. Io mi sono portato il cane: è un maledetto bonaccione ma, essendo nero e molto peloso, offre una discreta presenza.

    Meglio un mediocre fotografo vivo che un artista morto.

    Edit: sono soddisfatto del risultato? Ni. Mi aspettavo qualcosa di diverso dalla resa della pellicola (che, fra l’altro, ha un tipo di sviluppo un po’ particolare).

    E quindi? E quindi ho trovato, con una buona dose di … fortuna, un paio di rullini Cinestill 800. Ho intenzione di rifare tutto: foto, notti all’addiaccio, incontri più o meno graditi, controlli, eccetera. Se fortuna e meteo mi aiutano, vi tengo aggiornati. Ad maiora.

     

    GAS STATION

    Gas stations as islands of light in the night.

    This is probably a forced connection, certainly irreverent, but the idea of the ‘Gas station’ mini-project leapt into my mind while observing a reproduction of the American painter Edward Hopper’s famous painting ‘The Night Walkers’, with its atmosphere of dark nocturnal stillness, in which the diner’s window appears as a spaceship suspended in the darkness and hospitable to the patrons, presumably each with their own history and peculiarities.

    Here, in a way, I consider petrol stations open after dark to be a sort of landing island for night travellers, a salvific, regenerating platform for those who, after a long or short journey, need to refuel their means of transport and themselves (assuming the coffee shop is open). In our part of the world, if we exclude motorway service stations, it is relatively recent that service stations are available at night. The habit of offering a continuous service to road users is much more deeply rooted overseas. So much so that, to tell the truth, my idea of photographing ‘gas stations’ at night is decidedly unoriginal, because there is an endless photographic literature abroad of this type of shot, especially in the United States and, I see, in some Eastern European countries. But the usual argument always applies: until a photo is taken by me, it does not exist, or rather, it does not exist taken by me.

    To practise and to make it a little easier for me to understand the problems of taking pictures, I took the first photos using my digital camera, the Nikon Z7 in combination with the Nikkor Z 14-24 f/2.8, which, having the viewer immediately reproduce the result obtained, gave me indications of the available and most effective shooting options in my opinion. But the ‘complete’ idea was to pursue this little project with the analogue camera, to take photos using film, also to recreate a sort of pictorial atmosphere vaguely (very vaguely) resembling that of Hopper’s beautiful painting.

    I thought a relatively sensitive film was needed, one that could record the night-time atmosphere without biblical shutter speeds but, at the same time, did not have too much grain, a characteristic of analogue photos that I like but without extremes. I found among the 35mm films available, an Iso 500 colour film marked Silbersalz35 500T which I don’t know where it comes from and which, I suspect, is a Kodak-based product anyway. I mounted it on the Nikon F6 and used the ‘old’ Nikkor 14-24 f/2.8 G zoom, which, even though it has been ousted from its throne by the corresponding 14-24 Z for mirrorless cameras, is still able to make its good impression and still outperforms many famous prime lenses; I didn’t shoot with the lens flat, deliberately, to exasperate the perspective distortion. Obviously compulsory use of tripod and shutter cable to avoid lethal vibrations with the necessary shutter speed, adding, as an additional caution, the preventive mirror lift.

    The problems inherent in this type of shot are many: first of all the technical ones, which I tried to solve with the shooting methodology just described. I have not written it down but I think it is easily guessed from the photos: the difference in brightness between the structures (canopy, beams, petrol station premises) and the often very bright lights that illuminate the area is considerable, and it is a matter of finding a sort of exposure compromise, it being understood that, in my intentions, there was the will to reproduce the night atmosphere as dark as possible in contrast with the island of light of the petrol station, the famous spaceship suspended in the darkness of which I was telling you; for this purpose it is essential to avoid the shot when cars are passing on the road facing the petrol station, whose headlights are a disturbing element in the image, not to mention that they can easily fool the work of the exposure meter.

    How did I reconcile the weather situation with the photos? At first I waited for clear evenings, perhaps with a breeze to ‘clean’ the air of moisture and haze, with the intention of achieving the best possible sharpness. But then I thought that a nice foggy atmosphere might help to further isolate the station from its surroundings and perhaps create that sort of light halo around its lights. As I write this I am also considering taking some shots on a rainy evening or, and here I see it as difficult, during and after a snowfall. At the moment I am in a frenzy to publish the article and the photos and I have not been able to indulge in this desire of mine but I promise that I will update the article with the ‘fog, rain and snow’ photos if I get the chance.

    There are also some environmental elements that absolutely must be taken into account: the owners of the service station, the customers, the lorry drivers who are staying overnight in the area and who fear for their cargo, the police; during the series of shots, during the course of the different outings, it happened more than once that I had to explain to the owner of the service station what I was doing, using my mobile phone to show him my blog or my personal Instagram page (both with my photo) to assure him that I had no bad intentions; the same goes for the Carabinieri and the Police, who were rightly doing their job, but whom I had a hard job convincing; a separate discourse deserves the car driver with an evidently non-institutional companion on board who asked me why I was filming (! ): there it was hard, especially explaining to him that I was not at all interested in recording images with him present and that, on the contrary, I was just waiting for him to leave so that I could photograph the completely empty service station, also because I had no wish to reproduce in my images cars whose number plates were identifiable, for obvious privacy reasons.

    One recommendation I would like to make: if you get the unhealthy idea of trying to take this kind of photo, use extreme caution; it is night, there is little visibility, you are in a forecourt where cars frequently enter without too many precautions, and also not expecting there to be a wretch standing in the semi-darkness taking photos of the petrol station. Be seen, wear the jackets with reflective bands that you have in your car when you have to change a tyre, look into the camera viewfinder with one eye and the road with the other. And a bit of attention to any encounters you might have: unfortunately, the road at night is not the safest place there is; if you have a trusty (and possibly big) friend, bring him along. I brought my dog: he’s a bloody goody-goody but, being black and very furry, offers a decent presence.

    Better a mediocre photographer alive than a dead artist.

    Edit: am I satisfied with the result? Not completely. I expected something different from the rendering of the film (which, by the way, has a somewhat peculiar type of development).

    And so? And so I found, with a good dose of … luck, a couple of Cinestill 800 rolls of film. I’m going to do it all again: photos, nights in the cold, more or less welcome encounters, checks and so on. If luck and weather help me, I’ll keep you posted. Ad maiora.

  • Il film sulla Nikon F6 ed il Nikkor 500mm f/5.6 E PF ED VR

    Il film sulla Nikon F6 ed il Nikkor 500mm f/5.6 E PF ED VR

     

    Mi sono tolto lo sfizio di provare a fotografare l’avifauna con una macchina analogica, la Nikon F6, un obiettivo recentissimo, il Nikkor 500mm f/5.6 PF e la pellicola

    Abbinamento atemporale fra Nikon F6 e Nikkor 500mm f/5.6 E PF ED VR

    Era da un po’ di tempo che mi frullava in mente di (provare a) fotografare gli ospiti pennuti del mio giardino – cince, verdoni, pettirossi – con una fotocamera analogica, utilizzando una pellicola 35mm. Questo mini-progetto, meglio classificabile fra la voce “voglie”, aveva due problematiche di base, nel suo sviluppo: la disponibilità di una pellicola ad alti ISO che consentisse tempi di scatto consoni ai soggetti ed un obiettivo sufficientemente lungo per poter scattare alla distanza di sicurezza, ove per ‘distanza di sicurezza’ si intende quella stabilita dagli uccellini e non da me, ovviamente.

    La compatibilità fra fotocamera ed obiettivo

    Per quanto riguarda la pellicola non avevo molte opzioni: quella più veloce a colori disponibile nel frigorifero (perché, voi cosa lo usate a fare il frigorifero?) era la Kodak Portra 160, non avevo altro, nemmeno una misera 400. Naturalmente provvederò a procurarmi, appena possibile, una 400 o una 800 ISO ma, per il momento, questa avevo e questa ho montato sulla F6. Secondo problema: la massima lunghezza focale di cui dispongo come obiettivo pienamente compatibile con la F6 sarebbero i 200mm dello zoom  Nikkor 70-200mm f/2.8 G ED VR che, volendo, andrebbero anche bene ma solo se si fotografano animaletti a partire dal cane San Bernardo in su; per l’avifauna, invece, soprattutto per quella di minuscole dimensioni come i passeracei, serve qualcosina in più, per avere il quadro della foto riempito con qualcosa di meglio di un puntino di piume attorniato da una infinità di rami. Insomma, per cercare di isolare decentemente i soggetti e per renderli sufficientemente visibili, mi sarebbe servito un obiettivo più lungo, anche in considerazione del fatto che la Nikon F6 è un pieno formato, senza il fattore di moltiplicazione di un formato APS-C (la sigla DX nel caso di Nikon) e l’unico di cui dispongo è il 500mm PF, che uso abitualmente con la Nikon D500. A questo punto la domanda era: come si sarebbero sposati una fotocamera analogica del 2004 con un obiettivo ultra moderno prodotto dal 2018? Dal punto di vista dell’attacco, nessun problema: la baionetta di tipo F-mount della Nikon ha il pregio indiscutibile di essere la stessa dagli anni ’60 (del secolo scorso… mamma mia!); il dubbio era semmai sui numerosi contatti elettronici presenti sull’attacco del 500mm ma assenti sulla F6; ed infatti, un po’ leggendo notizie in rete e un po’ rompendo le scatole ad amici e conoscenti con la mia passione, ho capito che avrei potuto usare l’obiettivo esclusivamente alla massima apertura, a f/5.6 . Poco male, ad essere sinceri, tanto anche sulle digitali che uso normalmente con questo obiettivo, l’apertura è sempre a f/5.6, un po’ per ragioni di rapidità di scatto in condizioni di poca luce e un po’ perché questo passa il convento e già un obiettivo f/4 mi costringerebbe a vendere qualche parte anatomica a cui sono affezionato e quindi questo mi tengo.

    Preparazione del set

    Come detto, gli scatti di prova li avrei fatti nel mio giardino dove, a partire da novembre e fino a marzo di ogni anno metto delle mangiatoie con semi di vario tipo a disposizione degli uccellini, che hanno così la possibilità di svernare senza troppi problemi durante i difficili mesi freddi. Per opportunità le mangiatoie sono piazzate su un albero e vicino a delle siepi che fungono quindi anche da posatoi per scatti fotografici, seppure non di elevata “appetibilità” estetica. Normalmente faccio le foto rimanendo in casa, affacciato ad una finestra non vi dico di che stanza, ma posso permettermi di fare questo perché il fattore di moltiplicazione della D500 mi consente di rimanere ad una certa distanza. La F6, invece, avrebbe richiesto un maggiore avvicinamento ai soggetti e quindi ho tirato fuori la tenda mimetica e l’ho piazzata all’aperto, per essere più vicino. Mi sono abbigliato per una trasferta in Antartide, perché stare quasi completamente immobili all’aperto per un certo numero di ore non è semplicissimo in questo periodo, ho piazzato il treppiede nella tenda e mi sono messo all’opera.

    Tecnica di scatto con la F6

    Ho ricercato la massima semplicità operativa possibile per questi scatti, anche a causa dei suddetti limiti tecnici: dato che un rullino ha 36 pose, ho settato la fotocamera per lo scatto singolo, niente raffica come accade sulle digitali, pur essendo essa disponibile sulla Nikon F6; il dispositivo di riduzione vibrazioni presente sull’obiettivo non ho nemmeno provato ad inserirlo, nel timore di provocare esplosioni; ho, come detto, messo la macchina sul treppiede con testa gimbal ed ho pregato di avere un poco di fortuna. Non potendo effettuare post produzione sulle foto in quanto non sviluppo personalmente i rullini ma mi affido ad un laboratorio professionale, ho automaticamente depennato la possibilità di operare crop o aggiustamento di luci, ombre e nitidezza ed ho cercato conseguentemente di eseguire le foto quando i soggetti erano in luce e quando lo sfondo non era reso troppo complesso da rami od altri elementi di disturbo. Quello che ho ottenuto potete vederlo. La soddisfazione che ho provato nel cimentarmi in questa che, per noi drogati digitali, è comunque una sfida, non riesco a quantificarla.


  • Nikon S3, classe e telemetro

    Nikon S3, classe e telemetro

    Il modello Nikon S3 Year 2000 Millennium (Y2K) è una riproduzione della fotocamera a telemetro Nikon S3, presentata nel marzo 1958. È stata prodotta in quantità limitata per commemorare l’anno 2000. L’S3 Y2K è stata prodotta il più possibile identica all’originale Nikon S3 ad eccezione di dettagli molto piccoli, per uniformarsi alle moderne pratiche operative della fotocamera, compresa la variazione dell’indicazione dell’esposizione da “20” a “24” e l’indicazione della sensibilità del film calibrata in ISO invece di ASA . Nel ripresentare la S3, Nikon fece le cose in grande stile: creò nuovamente stampi e matrici di produzione ed apportò altri miglioramenti, come ad esempio la manovella di riavvolgimento riprogettata e la copertura anteriore in alluminio anziché in plastica.

    Nikon lanciò la sua linea di prodotti a telemetro 35 mm con la Nikon I presentata nel 1948, che si è successivamente evoluta in M e S, e la serie a telemetro è stata considerata come linea di fotocamere principali fino alla uscita e alla diffusione delle fotocamere reflex a obiettivo singolo. La serie S è stata il precursore della Nikon F ed era molto apprezzata come macchina fotografica classica.

    Nikon S3 era un modello relativamente recente della serie S, dotato di un telemetro con il primo mirino 1: 1 a grandezza naturale al mondo per obiettivi con lunghezza focale di 35 mm. La Nikon nella S3 Y2K ha riprodotto con precisione non solo il mirino a grandezza naturale da 35 mm, ma anche il riduttore di regolazione della lunghezza focale disposto nella parte superiore destra del corpo, e il suono silenzioso e dell’otturatore, chiamato ‘sussurro’ a quei tempi.

    Nel 2000 Nikon decise di produrre nuovamente la S3 in edizione limitata, per essere venduta solo in Giappone: gli appassionati dovettero fare i salti mortali, all’epoca, per poter avere uno degli 8.000 set prodotti, set composti appunto dalla S3, da un nuovo obiettivo Nikkor-S 50mm f/4 ed una custodia in vera pelle.

    L’obiettivo standard Nikkor S 50 mm f / 1.4 era una riproduzione dell’obiettivo incorporato nella versione Olympic, noto come il tipo “serie successiva” interamente cromato. Era un obiettivo multistrato proprio come gli obiettivi Nikkor attualmente disponibili per garantire un più alto grado di riproducibilità del colore.

    La Nikon S3 utilizza l’innesto a baionetta tipo S. Questo tipo di attacco è compatibile con tutti gli obiettivi per macchine a telemetro Nikon, ma non è compatibile con l’attacco F, introdotto nel 1959 e tutt’ora in uso (cosa che personalmente adoro).

    Nel giugno 2002, la Nikon S3 Limited Edition Black è stata prodotta e commercializzata in una quantità limitata di 2.000 riprogettando il modello S3 Y2K con una finitura nera.

  • Pellicola Rollei Infrared

    Pellicola Rollei Infrared

    Tempo di esperimenti (e quando mai finiscono, gli esperimenti?) con una pellicola particolare, la Rollei Infrared 400 iso 35 mm, pellicola pancromatica in bianco e nero con sensibilità all’infrarosso fino a 820 nanometri (brevemente nm) se si utilizza l’apposito filtro.

    Per me si tratta di una prima assoluta in quanto, fino ad ora, ho scattato fotografie all’infrarosso utilizzando una macchina digitale Nikon D90 privata del filtro deputato, appunto, al blocco delle radiazioni infrarosse ed ho voluto provare a fare qualcosa di diverso, con un metodo di scatto che non richiede la modifica praticamente irreversibile di una fotocamera digitale ma unicamente l’utilizzo di un rullino per infrarosso su  una macchina analogica normale (io ho usato una Nikon F100) e dei filtri dedicati, il filtro rosso R60 oppure il filtro rosso scuro R72, nella versione circolare da avvitare sull’obiettivo, nel mio caso un Nikkor AF-S 20 mm f/1.8 G ED.

    Tornando alla pellicola, questa, al contrario di altre pellicole specifiche per infrarosso, può essere caricata sulla fotocamera in condizioni di semioscurità, senza pregiudicare l’esposizione dei primi fotogrammi del rullino (la Kodak, ammesso di riuscire a trovarla ancora, richiede di essere caricata in assoluta oscurità). Anche lo scarico è sufficiente che avvenga in condizioni di luce attenuata, permettendo comunque di vedere ciò che si sta facendo.

    La Rollei Infrared può essere utilizzata anche come una normale pellicola in bianco e nero e restituisce delle foto con grana molto fine e ottimi dettagli in luci ed ombre, ma il suo indirizzo ideale è l’infrarosso, ottenibile applicando il filtro rosso scuro R72, che è decisamente opaco (approssimativamente si perdono 4 o 5 stop a filtro montato) e che obbliga a lunghe esposizioni e di conseguenza rende indispensabile l’utilizzo di un treppiede e dello scatto remoto. Praticamente, in pieno sole estivo e con un filtro Hoya R72 montato, ho visto che l’esposizione di 1 secondo è un buon punto di partenza ma consiglio caldamente di scattare in manuale e provare ad effettuare almeno un altro paio di scatti con tempi raddoppiati progressivamente; si dovrà scartare qualcosa nelle pose risultanti, ma ci sono ottime probabilità di portare a casa almeno uno scatto correttamente esposto.

    Per ottenere questa serie di foto ho seguito i seguenti passi, se può interessare:

    • ho messo la macchina sul treppiede con lo scatto remoto installato ma senza montare il filtro R72
    • ho scelto l’inquadratura che mi interessava ed ho messo a fuoco fidandomi dell’AF della macchina
    • ho messo la fotocamera in modo di esposizione manuale e fuoco manuale per non modificare quello preventivamente fissato
    • ho installato il filtro R72 ed accettato la misurazione dell’esposizione che mi suggeriva la macchina
    • ho effettuato il primo scatto con l’ausilio dello scatto remoto (sulla Nikon F100 non c’è la possibilità di scattare alzando preventivamente lo specchio ma, se vi è possibile, utilizzate assolutamente questa opzione)
    • ho successivamente effettuato altri due scatti, raddoppiando il tempo di scatto iniziale suggerito di 1 secondo.

    Se i soggetti delle foto vi dicono qualcosa, avete ragione, non ho avuto molta fantasia: sono tornato sui luoghi di “delitti” precedenti scattati in infrarosso con la digitale ma trattandosi, come detto, di esperimenti, non sono andato troppo per il sottile con l’originalità.

    Un ultima raccomandazione: sviluppate (se siete bravissimi) o fate sviluppare la pellicola esposta il più rapidamente possibile.

     

  • Yashica FX3 Super 2000, l’inizio

    Yashica FX3 Super 2000, l’inizio

    La Yashica fu fondata in Giappone nel 1949 e, insieme a Nikon e Canon, è uno dei più antichi e prestigiosi nomi della fotografia del Sol Levante. In un primo tempo la produzione fu incentrata su apparecchi biottici e, nel 1959, iniziò anche la fabbricazione di reflex a lente singola. Nel 1973 mise in atto una collaborazione con la tedesca Contax per la creazione della reflex RTS, ottenendo in cambio il diritto di utilizzare i prestigiosi obiettivi Zeiss, grazie alla progettazione di una baionetta di innesto comune ad entrambe le marche. La produzione delle nuove reflex giapponesi con baionetta Contax/Yashica (brevemente C/Y) fu avviata nel 1975 con il modello FX-1 a cui seguirono altri modelli, fra i quali, nel 1979, la fotocamera entry level della serie, la FX 3. Come già detto altrove, occorre fare mente locale sul concetto di entry level dell’epoca: contrariamente a quanto accade ai nostri giorni, le macchine fotografiche base erano prive di alcuni automatismi ed accessori presenti sui modelli di fascia più elevata, ma le caratteristiche di affidabilità, qualità ed ergonomia erano le medesime. La Yashica FX-3 divenne ben presto un modello richiestissimo e la sua produzione si protrasse per circa 23 anni, mantenendo le sue peculiarità, se si escludono alcuni aggiornamenti minori, l’ultimo dei quali nel 1986 che produsse la versione Super 2000, che deve il suo nome al tempo di scatto minimo disponibile di 1/2000 rispetto al 1/1000 del modello originale e annovera l’aggiunta di un grip per facilitarne l’impugnatura.

    A mio giudizio (ma non solo mio, visto il successo ultra ventennale) è una reflex dall’aspetto piacevole, compatta (135x85x50 mm) e leggera (poco meno di 500 grammi il solo corpo). Decisamente robusta a livello meccanico, la FX 3 Super 2000 non lo è altrettanto come corpo, in cui viene utilizzata parecchia plastica, seppure di ottima qualità. Il dorso è incernierato al lato destro del corpo stesso e si apre tirando verso l’alto il pomellino di riavvolgimento del rullino. Decisamente semplice caricare la pellicola: si inserisce la linguetta del rullino nella fessura del rocchetto sulla destra, la si mette leggermente in tensione con la leva di carica e agendo successivamente sulla manovella di riavvolgimento e, dopo la chiusura del dorso, si scatta fino a raggiungere il numero 1 sul contascatti. Il mirino della FX-3 mostra il 92% dell’inquadratura ed è decisamente e piacevolmente spartano: al suo interno, infatti, ci sono solo tre led posti in verticale sulla destra che mostrano la sovraesposizione (un “+” rosso), la corretta esposizione (un pallino verde) e la sottoesposizione (un “–“ rosso). La messa a fuoco (manuale) avviene a mezzo di telemetro con immagine spezzata al centro e un anello di microprismi.  L’otturatore è completamente meccanico, un Copal Square a lamelle metalliche con tempi di scatto da 1 secondo a 1/2000 di secondo e posa B e funziona anche senza pile, che sono però presenti nel fondello della fotocamera e servono solo al funzionamento dell’esposimetro; originariamente si utilizzavano le SR44 (ossido d’argento) ma, essendo ormai introvabili o quasi, vanno benissimo due LR44 alcaline da 1,5V (o una CR2 al litio da 3V). L’esposimetro si attiva con una leggera pressione del pulsante di scatto (che presenta la filettatura per lo scatto flessibile) e la corretta esposizione si presenta, come detto, quando il solo led verde è acceso; se contemporaneamente si accende anche uno dei led rossi, significa che c’è una differenza di esposizione di ½ stop; la lettura è di tipo TTL  e la sensibilità ISO va da 25 a 3200. Sul frontale della FX 3 è presente la levetta che aziona l’autoscatto che ha la notevole prerogativa di pre-ribaltare lo specchio, garanzia di riduzione delle vibrazioni (prendere buona nota).

    L’obiettivo standard commercializzato con la FX 3 Super 2000 è lo Yashica ML 50 mm e massima apertura f/1,9. Per concludere: la FX 3 si dimostra veramente piacevole da usare, grazie alla sua leggerezza ed al suo bilanciamento e dopo pochi minuti si ha l’impressione di averla usata da sempre (sarà anche perché per me è stato veramente così, essendo stata la mia prima fotocamera), pur con tutti i suoi limiti, come la poca rapidità del sistema a collimazione di led o la ghiera dei tempi un po’ dura da azionare con un dito solo, per non parlare dell’otturatore dal suono piacevole ma decisamente “importante” e quindi non proprio ideale per la foto di strada, se si vuole passare inosservati. Per contro, la possibilità di poter montare gli ottimi obiettivi Carl Zeiss T* è un plus non indifferente e la mancanza di automatismi “costringe” a concentrarsi su quello che più conta: il soggetto della fotografia. Allegati a questo testo, ci sono alcuni scatti.

  • Come ritrovare una vecchia amica

    Come ritrovare una vecchia amica

    No, non è una puntata di una di quelle trasmissioni televisive che si adoperano per ritrovare persone scomparse. E’ l’esternazione della felicità di aver ritrovato una vecchia conoscenza, uno di quegli oggetti (termine un po’ freddo) che ci hanno accompagnato nel passato e di cui si avverte un po’ la nostalgia. Avete presente quando lo squalo individua una preda ed inizia a compiere giri concentrinci sempre più stretti fino a che raggiunge il suo obiettivo? Bene, mi sono comportato allo stesso modo con la Yashica FX3 Super 2000: ho continuato a spulciare le vendite on-line finché ho individuato ed acquistato ciò che volevo. Un venditore giapponese (che Dio benedica la precisione nipponica e la cura con cui conservano le fotocamere) aveva giusto quello che cercavo con, in più, l’obiettivo commercializzato a suo tempo in kit, il 50mm f/1.9 sempre Yashica. E, nel giro di una decina di giorni, con un occhio al calendario e l’altro al sito di tracking delle spedizioni, ho ricevuto un esemplare di quella che è stata la mia prima macchina fotografica. Per di più in condizioni ottimali. Poi c’è scappato anche un 20mm f/3.8 Cosina/Contax, giusto per essere un po’ più sul pezzo in argomento di paesaggi, ma lì è stata colpa del venditore che ha insistito per farmelo acquistare…

    Giusto il tempo di arrivare a casa, spacchettare un paio di rullini che avevo già tolto dal frigorifero (letteralmente) per l’evento e via a fotografare nella campagna circostante, un po’ per comodità e un po’ perché c’erano alcune situazioni interessanti che non ho voluto fotografare in digitale ma che ho deciso di “conservare” per fare il test al nuovo acquisto. Intendiamoci: niente opere d’arte, avete sbagliato fotografo. Solo alcuni scatti in libertà, mi verrebbe da dire in scioltezza, con le dita che trafficavano con esperienza sui tasti già noti e il mezzo sorriso da deficiente stampato in volto per la felicità.

    Alla fine, nel giro di pochi giorni, ho scattato due rullini negativi a colori di Kodak Portra 160 (foto con watermark in nero) e un rullino di diapositive Fuji Velvia 100 (foto con watermark in bianco). I risultati, un po’ per le caratteristiche intrinseche di queste due pellicole e anche per i diversi momenti di scatto, sono ovviamente eterogenei e come tali ve li propongo.

    In questo testo (“Yashica FX3, l’inizio”) se vi interessa, potrete leggere un po’ di storia della fotocamera. Per quel che mi riguarda, ho già riservato un posto d’onore alla Yashica FX3 vicino alle mie “vecchiette” Nikon, perché i ricordi vanno trattati bene. E’ tutto ciò che ci resta dei momenti felici passati.

  • Nikon FM3a – Ne resterà solo una

    Nikon FM3a – Ne resterà solo una

    La Nikon FM3a è probabilmente l’ultima fotocamera reflex con messa a fuoco manuale ad essere stata realizzata. E altrettanto probabilmente è anche una delle migliori mai prodotte. Questa macchina fotografica ha una storia interessante. E’ l’ultima reflex meccanica realizzata da una grande casa produttrice ed è l’unica ad essere stata rilasciata in questo secolo: la sua progettazione è iniziata nel 1998, i prototipi pre-produzione sono stati presentati nel 2000 e la Nikon FM3a è stata lanciata nel 2001; è rimasta sul mercato solo per cinque anni e la sua produzione è cessata nel gennaio del 2006.  Come detto questa è stata l’ultima macchina fotografica meccanica di Nikon perché la FM10 (unica fotocamera analogica a listino fino a poco tempo fa insieme alla ammiraglia 35mm F6, ancora presente) è stata progettata e prodotta da Cosina su licenza Nikon. Il lignaggio della FM3a è riconducibile a tre linee Nikon: la gloriosa serie F, la serie FE in cui Nikon ha progressivamente introdotto tutte le funzioni elettroniche e di automazione e la serie FM che è rimasta fedele alla natura meccanica (e di assoluta robustezza) dopo che la serie F ha abbracciato elettronica e motorizzazione con la F4.

    Otturatore ibrido – Ciò che rende la FM3a piacevolmente speciale non è tanto la sua natura meccanica ma il fatto che, a quanto ne so, è l’unica fotocamera con controllo dell’otturatore sia meccanico che elettronico con la possibilità di utilizzare tutte le velocità di otturazione previste anche in mancanza della batteria nella fotocamera (a proposito sono necessarie due LR44 alcaline a bottone, visto che le originarie SR44 non sono più prodotte). Tanto per fare un esempio banale: la Leica M7 non è in grado di farlo senza batterie e il suo otturatore può funzionate solo a 1/60mo o 1/125mo di secondo. L’otturatore della FM3A può arrivare fino ad 1/4000mo di secondo meccanicamente, partendo dalla posa B (bulb) senza batterie. Quando invece nella fotocamera sono presenti le batterie e si fotografa utilizzando la modalità a priorità di diaframma, si può scattare utilizzando l’intera gamma di otturazione, ipoteticamente anche a 1/875mo di secondo se la misurazione esposimetrica lo richiede.

    Misurazione, indicatori e lenti – La FM3a è decisamente analogica. Il sistema di misurazione è a media ponderata centrale, ma la chicca è come questa misurazione viene visualizzata: tramite una lancetta aghiforme che indica in modo continuo quella che dovrebbe essere l’esposizione corretta secondo la fotocamera. Più analogico di così! La fotocamera è in grado di leggere gli indicatori DX sui rullini della pellicola per il valore ISO oppure consente di impostarlo manualmente. Tutti gli obiettivi Nikon prodotti dopo il 1977 possono essere utilizzati sulla FM3a ad eccezione dei G mentre le lenti pre AI possono essere utilizzate con il metodo stop-down. Interessante e non scontato su una fotocamera meccanica il pulsante AE per il blocco dell’esposizione.

    Costruzione – L’obiettivo di Nikon relativamente alla FM3a era di costruire una fotocamera che potesse sopportare anni di uso costante. Proprio per questo realizzò la scocca in ottone, ma non solo. Durante lo sviluppo del progetto, Nikon, desiderosa di testare la fotocamera in situazioni reali e condizioni estreme, inviò i prototipi in Antartide per quattro mesi e ne ricavò informazioni  preziose che influenzarono la costruzione finale. E’ vero che il corpo non è tropicalizzato come le attuali fotocamere pro, ma il corpo della FM3A è in grado di gestire le condizioni estreme molto bene.

    Funzionamento – E’ un piacere usare la FM3a. E’ robusta ma non pesante ed il vostro collo vi ringrazierà a fine giornata. La fotocamera si attiva arretrando un poco la leva di avanzamento della pellicola; diversamente non è possibile attivare l’otturatore e nemmeno effettuare le misurazioni esposimetriche, con il risultato di preservare la batteria (per l’esposimetro) e di non effettuare scatti accidentali. L’avanzamento della pellicola è rapido e sicuro ed offre quella lieve resistenza che, dal punto di vista personale, è rassicurante. Stesso discorso per l’otturatore: non è morbidissimo ma considero anche questo un pregio. Discorso diverso per il selettore delle sensibilità ISO: è vero che la sua configurazione mette al riparo da modifiche accidentali che rovinerebbero le fotografie, ma è effettivamente un poco difficoltoso da utilizzare. Essendo una fotocamera ad esposizione automatica con priorità di diaframmi è possibile compensare l’esposizione di + o – due stop, con incrementi di 1/3 di stop. E, per le situazioni limite, sul retro c’è il pulsante AE di blocco dell’esposizione. Sul davanti c’è il tasto per l’anteprima della profondità di campo e un timer meccanico (anche se può far scattare l’otturatore elettronico in modalità AE). Inoltre è da segnalare che Nikon ha inserito anche una leva per le esposizioni multiple. Il mirino è molto luminoso ed il sistema di messa a fuoco è con telemetro graduato con immagine spezzata.

    Conclusione – La FM3a è stata un risultato notevole per Nikon. Quello che sorprende è che la casa nipponica abbia investito un sacco di risorse per la ricerca e lo sviluppo di questa fotocamera (e, soprattutto, dell’otturatore ibrido) quando era chiaro i giorni delle reflex analogiche erano un po’ meno luminosi. Oltre a questo non è andata al risparmio con i materiali costruttivi, con il risultato di ottenere una fotocamera che non sfigurava affatto al cospetto di “colleghe” decisamente più considerate (qualcuno ha detto Leica?).

  • Nikkormat, “la Nikon F dei poveri”

    Nikkormat, “la Nikon F dei poveri”

    Negli anni ‘60 iniziò la fortuna delle fotocamere reflex a discapito della diffusione di quelle a telemetro. Una spinta non indifferente la diede l’uscita sul mercato della Nikon F nel 1959, che segnò una vera e propria pietra miliare nel mondo della fotografia. La F divenne ben presto l’ammiraglia di casa Nikon, anche in virtù delle sue caratteristiche professionali. E lo restò anche per lungo tempo, considerato che fu prodotta in circa un milione di esemplari. Unico neo (comune anche alle DSLR professionali odierne) era il costo elevato, fatto che convinse i vertici industriali della casa giapponese a commercializzare un prodotto che fosse più alla portata di chi non desiderava o non poteva svenarsi per una fotocamera. Venne prodotta allora la Nikkorex F che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto costituire il secondo corpo per i professionisti e una macchina appetibile per tutti. In realtà questa serie di fotocamere non ottenne il successo sperato e la loro produzione venne abbandonata all’inizio degli anni ‘70 in favore della serie Nikkormat che, di fatto, ottenne nelle sue varie versioni un successo non indifferente.

    La prima Nikkormat ad essere presentata fu la FT (sul mercato giapponese comparve con il nome di Nikomat); si trattava di una fotocamera con un corpo decisamente robusto, disponibile sia nella versione nera che cromata, fu prodotta nel corso del biennio 1965-1967 ed offriva prestazioni decisamente interessanti: tempi di scatto da 1 secondo ad 1/1000 di secondo, posa B, autoscatto, esposimetro TTL, possibilità di bloccare lo specchio, pulsante per controllare la profondità di campo. Nel 1967 iniziò la produzione della Nikkormat FTn, versione evoluta della FT, che aggiungeva, fra le altre cose, la scala dei tempi visibile nel mirino e la lettura esposimetrica a prevalenza centrale (semispot); la FTn fu prodotta fino al 1975, anno in cui fu presentata la FT2 con ulteriori miglioramenti, inclusa l’aggiunta della slitta portaflash.

    Giova ricordare che fino al 1977 le lenti Nikon non effettuavano automaticamente l’accoppiamento con l’esposimetro e quindi era necessario “istruire” il corpo macchina relativamente alla apertura massima disponibile sull’obiettivo che si stava montando. Per questo motivo sugli obiettivi era presente una piccola “V” metallica e quando si innestava l’ottica sulla macchina fotografica era necessario far entrare il piccolo perno presente sul bocchettone della stessa nella scanalatura della linguetta dell’obiettivo; era poi necessario ruotare la ghiera dei diaframmi prima in direzione della massima chiusura disponibile e poi verso quella minima. Questa procedura un poco complicata fu sostituita nel 1977 dal sistema AI (Automatic Indexing) che permise a Nikon di togliere il perno dai corpi delle fotocamere e di produrre gli obiettivi senza la caratteristica linguetta. Fu proprio nel 1977 che apparve l’ultima delle Nikkormat, la FT3, che poteva beneficiare di questa evoluzione.

    Come detto, la serie Nikkormat fu presentata anche per offrire al pubblico un prodotto più economico rispetto alle macchine professionali della serie F. A causa di ciò la Nikkormat venne spesso definita come “the poor man’s Nikon F” ovvero “la Nikon F dei poveri”. Niente di più sbagliato: le Nikkormat hanno come caratteristica principale una robustezza notevole, tanto è vero che a distanza di anni si trovano ancora in circolazione modelli perfettamente funzionanti e intatti come la FT2 che ho trovato io e mi risulta che all’epoca il distributore italiano offrisse per queste fotocamere addirittura la garanzia a vita! Dovrebbero essere macchine fotografiche entry-level, d’accordo, ma stiamo parlando di una macchina entry-level di più di 40 anni fa e la cosa si nota quando la maneggiamo: il corpo macchina è interamente in metallo, il mirino è decisamente luminoso, l’otturatore Copal S sul piano focale che arriva ad 1/1000 è più che sufficiente nella maggior parte delle situazioni, ha la possibilità di verificare attraverso l’apposito pulsante la effettiva profondità di campo, può scattare doppie esposizioni ed ha il blocco dello specchio. Tutte queste caratteristiche insieme sono decisamente da fotocamera di fascia medio-alta. Un vantaggio non indifferente è dato poi dalla non indispensabilità dell’alimentazione: la batteria c’è ma serve solo per il funzionamento dell’esposimetro, la macchina può scattare sempre e comunque. Nulla a che vedere con la bramosia energetica delle moderne macchine fotografiche, mirrorless in testa.

     

  • Sabbioneta (frammenti in 35mm)

    Sabbioneta (frammenti in 35mm)

    E’ decisamente vero che la fotografia analogica è sinonimo di lentezza, nel senso più positivo del termine. E’ passato più di un anno da quando ho accompagnato un gruppo di amici a visitare e fotografare Sabbioneta, la Piccola Atene della Bassa, ma solo in questi giorni ho dato un’occhiata con calma a quei negativi ed ho effettuato la scansione di quelli che mi interessavano.

    Quel pomeriggio ho deciso di fare lo strano e anziché portarmi tutto l’armamentario digitale, mi sono limitato ad una sola fotocamera analogica, la Nikon F6, ed un rullino 35 mm, un Kodak Portra 400. Non è stata una gran scelta, quella del rullino dico, perché 400 iso quel grigio pomeriggio d’autunno erano decisamente pochi, soprattutto nelle penombra delle strade, ma mi sono arrangiato cercando di fare meno danni e meno mosso possibile. Ed ho anche cercato di concentrarmi sui particolari invece di dedicarmi alle ampie vedute (anche perché, quando serve, il decentrabile per l’architettura lo lasci sempre a casa).

    Ho salvato sei fotogrammi di quel pomeriggio; se non avessi lavorato parecchio per fare le scansioni dei negativi, probabilmente ne avrei salvato solo un paio. Ma tant’è.

     

     

  • Nikon F3

    Nikon F3

    Era settembre del 1971 quando Nikon presentò la F2; questo modello di fotocamera fu subito molto apprezzato ma non mancarono anche le critiche, soprattutto da parte di chi lo considerava un modello “conservativo” che migliorava solo alcune caratteristiche del precedente modello F. Inoltre, come detto, era dal ’71 che Nikon non proponeva una nuova fotocamera professionale. Tenendo conto di queste osservazioni, la sezione sviluppo di Nikon decise di studiare un nuovo modello di macchina fotografica che introducesse dei miglioramenti significativi e così venne ideata la Nikon F3. Nel progetto vennero individuati due punti fondamentali da studiare: l’esposizione automatica e la capacità di gestire accuratamente i tempi lunghi di esposizione; fino ad allora non vi era state richieste di introdurre la funzione di esposizione automatica ma, nonostante ciò, i tecnici della Nikon Corporation (allora Nippon Kogaku K. K.) decisero di integrare la funzione AE con la funzione dell’otturatore a controllo elettronico. Erano consapevoli che, all’inizio, questa funzione sarebbe stata accolta con freddezza ma erano comunque convinti che in futuro essa sarebbe diventata una caratteristica importante, anche sulle fotocamere professionali. Già nel progetto della F2, seppure con modalità differenti, si era cercato di introdurre sia la funzione di esposizione automatica che l’utilizzo dei tempi lunghi e così queste due idee furono riprese nel progetto della F3. Nel 1973, completato il progetto base, iniziò l’effettivo sviluppo della Nikon F3: fu mantenuto il mirino intercambiabile già utilizzato sulla F2; furono adottate nuove tecnologie come il controllo elettronico del piano focale dell’otturatore; così come con la Nikon F2 furono incorporati nel mirino Photomic il TTL ed il circuito AE; venne sviluppano il sistema elettromagnetico di scatto e così via. Insomma, molte problematiche erano state risolte ed era pronta una Nikon F3 Photomic AE, solida, ben concepita, degna di succedere alla fortunatissima F2, ma… non fu mai messa in produzione! Vennero riscontrati problemi con la misurazione TTL che falliva con alcuni tipi di mirini, quali il Waist-level finder e l’Action finder ed i tecnici Nikon non erano in grado di risolvere il problema. Fu deciso allora di orientarsi verso una nuova tecnologia: la misurazione TTL non dal mirino ma dal corpo macchina. Questa soluzione era già stata studiata in passato, ma gli effetti collaterali ( oscuramento del mirino, zona d’ombra, ecc.) non ne avevano permesso la realizzazione. Occorreva una nuova soluzione e si pensò allo specchio pin-hole. Dopo anni di studi i tecnici giapponesi avevano messo a punto uno specchio con dei piccoli buchi che non disturbavano la riflessione; la luce che passava attraverso questi piccoli fori veniva deviata da uno specchio inferiore verso il fondo del mirror-box e da lì, attraverso una lente, concentrata sul sensore TTL. L’introduzione di questo sistema di misurazione TTL pin-hole permise la riduzione delle dimensioni del mirino, un alleggerimento globale e quindi una maggiore compattezza rispetto alla precedente Nikon F2 con conseguente… complicarsi del progetto stesso, che fu interamente rivisto e ripartì con decisione nel 1976. Nel frattempo erano state studiate, indipendentemente dal progetto F3, nuove tecnologie (controllo elettromagnetico dell’otturatore, display LCD, eccetera) e così il capo progetto F3 fu costretto a prendere una difficile decisione: ricominciare tutto da capo per includere queste nuove tecnologie. A spingere verso questa decisione fu anche l’arrivo presso la Nikon di un designer di fama come Giorgetto Giugiaro che si adoperò per dare alla F3 uno stile “internazionale”, appetibile in tutti i mercati mondiali. Giugiaro introdusse l’holding grip frontale, l’integrazione del design del blocco motore con il corpo della fotocamera e altre soluzioni stilistiche notevoli. Alla fine del 1977 il progetto arrivò all’ultima revisione, quella definitiva e, finalmente, nel 1980 la Nikon F3 venne messa in commercio, ottenendo un immediato riscontro positivo e divenne estremamente popolare, tanto è vero che, 18 anni dopo la sua uscita, essa era ancora presente nel listino Nikon. Anche se, è bene dirlo, non mancarono i soliti incontentabili che contestarono le dimensioni troppo ridotte della F3 rispetto alla F2, e paventarono fragilità e inaffidabilità della nuova uscita; inoltre, il funzionamento dell’otturatore elettronico condizionato dalla presenza di una batteria, fece storcere il naso ai professionisti, che temevano di rimanere in panne una volta esaurita, non ritenendo sufficiente il comunque presente tempo di scatto meccanico. Anche l’automatismo a priorità di diaframmi diede origine a malumori, ma credo che tutte queste rimostranze fossero giustificate da abitudini radicate e poca lungimiranza.

    Riassumendo le sue caratteristiche principali sono: esposizione automatica a priorità di diaframmi, visualizzazione dei dati nel mirino a mezzo di LCD illuminabile, sistema di misurazione con lettura semi-spot a prevalenza centrale (80/20), tempo meccanico di 1/60 di secondo, blocco della memoria di esposizione, otturatore del mirino, autoscatto con spia di progressione a LED, meccanismo di blocco dello specchio, mirino con visione del 100%, scala di compensazione dell’esposizione, leva per esposizioni multiple, eccetera. L’unica differenza con il modello F3 HP è il mirino: infatti quest’ultima (quella che ho avuto la fortuna di trovare io) monta un pentaprisma High Eyepoint dotato di un oculare maggiorato che consente di vedere inquadratura e dati esposimetrici anche tenendo l’occhio ad una distanza di 25 mm, funzione decisamente utile per chi come me deve portare gli occhiali.

    Le prime impressioni d’uso sono positive: la macchina è piccola e leggera, soprattutto se la si confronta con una full frame odierna ma, malgrado ciò, restituisce una sensazione (giustificatissima) di solidità e robustezza. Forse chi è abituato con i corpi delle moderne fotocamere, sia amatoriali che pro, rimarrà un poco spiazzato dalla poca profondità del grip laterale introdotto da Giugiaro, ma già il fatto che precedenti modelli addirittura non ne erano provvisti, risultando assolutamente piatti, è un notevole passo in avanti se si considera l’epoca di uscita della F3. Dal punto di vista puramente estetico, forse è più piacevole il modello F3 con pentaprisma normale, perché il pentaprisma imponente della F3 HP è abbastanza “importante”, ma si tratta di particolari. Il mirino è luminoso e può essere facilmente sostituito con uno di proprio gradimento/necessità: esistono ben cinque pentaprismi differenti, tre oculari e una ventina di schermi di messa a fuoco; di questi ultimi ho acquistato il tipo L che ha un telemetro graduato ad immagine spezzata angolato di 45°, utile soprattutto per la messa a fuoco delle linee orizzontali (qualcuno ha detto “paesaggio”?). Il pulsante di scatto non è particolarmente dolce, e serve per attivare l’otturatore che opera su due tendine al titanio che scorrono orizzontalmente; da segnalare un secondo pulsante di scatto meccanico a 1/60 di secondo, utilizzabile in emergenza di alimentazione delle batterie (due pile a bottone da 1,5V all’ossido di argento). Ho anche ritrovato sulla ghiera delle pose, una funzione dimenticata: la posa T, che è una sorta di posa B per lunghe esposizioni ma funziona senza utilizzare lo scatto flessibile (il Nikon AR-3): si preme il pulsante di scatto e, ad esposizione terminata, si gira la ghiera dei tempi su una posizione diversa da T, pratica un pochino macchinosa e, soprattutto, pericolosa per il mosso. L’esposimetro devo ancora valutarlo del tutto: ho scattato un solo rullino a colori da 36 pose, esponendo alcune foto con la valutazione dell’esposimetro integrato ed altre con l’ausilio di un esposimetro esterno. Sto ansiosamente aspettando i negativi sviluppati (vecchia abitudine dal sapore ineguagliabile) per vedere cosa ho combinato.

    Un’ultima cosa: perché mi sono preso la briga di scrivere questo? Perchè, per come la vedo io, stiamo parlando di magia. La magia di una macchina fotografica messa in commercio trentasette (!) anni fa ma che ha caratteristiche che troviamo ancora nelle macchine moderne, che permette di scattare comunque belle foto e che ha un fascino incredibile, raramente riprodotto nelle fotocamere presentate negli anni successivi.

    I cenni storici sono liberamente tratti ed adattati dal sito ufficiale Nikon, sezione History, Camera Chronicle.